30 Gennaio 2026 – nota economica
FOREX FLASH
a cura di Intesa Sanpaolo
Il panorama finanziario internazionale all’alba del nuovo anno è caratterizzato da una complessità senza precedenti, dove le variabili macroeconomiche tradizionali si intrecciano in modo indissolubile con shock geopolitici e trasformazioni strutturali dei regimi monetari.
La transizione verso il secondo mese dell’anno avviene in un contesto di divergenza sempre più marcata tra le traiettorie di crescita, inflazione e stabilità politica delle principali economie mondiali.
Il mese di febbraio si preannuncia come un crocevia fondamentale per la determinazione dei tassi di cambio, dominato dalle decisioni di politica monetaria della Banca Centrale Europea e della Banca d’Inghilterra, dalla pubblicazione dei verbali della Federal Reserve e dall’assorbimento delle onde d’urto provocate dall’intervento militare statunitense in Venezuela.
USD – Dopo un 2024 caratterizzato da una forza travolgente, il biglietto verde ha intrapreso un percorso di deprezzamento strutturale che ha visto l’indice DXY cedere il 9,4% nel corso del 2025 e con attese di consenso indicative di un ulteriore calo (circa il 5,0%) per l’anno corrente.
Questa dinamica non è semplicemente il risultato di fluttuazioni cicliche, ma riflette una riconsiderazione profonda della sostenibilità fiscale degli Stati Uniti e della stabilità istituzionale della Federal Reserve.
Il FOMC del 27-28 gennaio ha votato per mantenere i tassi d’interesse invariati nell’intervallo 3,50%-3,75%.
La pubblicazione dei verbali di tale incontro, prevista per il 18 febbraio 2026, informerà sul dibattito interno circa il raffreddamento del mercato del lavoro, un fattore che potrebbe spingere la Fed a implementare tagli più aggressivi di quanto attualmente scontato dai mercati.
Il meccanismo di trasmissione tra i dati sull’occupazione e il valore del dollaro è diventato particolarmente sensibile.
Qualora il rapporto sull’occupazione del 6 febbraio dovesse mostrare una debolezza superiore alle attese, la pressione ribassista sul dollaro subirebbe un’accelerazione immediata, alimentando le scommesse su un ritorno verso un tasso neutrale vicino al 3,00% entro la fine dell’anno.
Un tema che sta minando la fiducia nel dollaro è quello del “debasement“, ovvero la svalutazione guidata da politiche fiscali e monetarie percepite come insostenibili.
Il deficit fiscale degli Stati Uniti per il 2026 è previsto rimanere molto elevato, al 8,1% del PIL.
Ciò unito alla scadenza del mandato di Powell nel maggio 2026, introduce un premio di rischio politico significativo.
La possibilità che l’amministrazione Trump nomini un successore marcatamente “dovish“, prono alle pressioni politiche per mantenere bassi i tassi d’interesse e facilitare il servizio del debito, spinge gli investitori istituzionali a diversificare le proprie riserve lontano dagli asset denominati in dollari.
EUR – In netto contrasto con la debolezza del dollaro, l’euro si presenta all’inizio di febbraio 2026 in una posizione di forza relativa, sostenuta da un miglioramento dei fondamentali economici dell’Eurozona.
Il cambio EUR/USD ha infranto intraday la barriera di 1,20 e sta ora oscillando intorno a questa soglia psicologica.
La sessione del Consiglio Direttivo della BCE del 4-5 febbraio rappresenta l’evento pivotale per la valuta unica.
Il consenso unanime tra gli economisti suggerisce che la banca manterrà il tasso sui depositi al 2,00% e il tasso di rifinanziamento principale al 2,15%.
Questa decisione di “plateau” è giustificata da un’inflazione che, pur avendo mostrato un leggero rimbalzo tecnico a causa della componente energetica, è
prevista scendere all’1,9% nel corso del 2026.
La stabilità della BCE, contrapposta ai tagli attesi della Fed, sta provocando un restringimento del differenziale di rendimento reale che favorisce i flussi di capitale verso l’Europa.
Il rafforzamento dell’euro non è solo una funzione della politica monetaria, ma riflette anche i movimenti tettonici nella politica fiscale e geopolitica del continente.
Le minacce tariffarie e le incertezze sulla sicurezza transatlantica sembrano aver inaspettatamente “generato solidarietà” tra le nazioni europee, accelerando
l’integrazione e la spesa comune.
In particolare, il massiccio piano di investimenti della Germania in difesa, infrastrutture e tagli fiscali è visto come un volano capace di aggiungere lo 0,4% al PIL dell’intera Eurozona nel 2026, compensando le politiche restrittive in atto in Francia, Italia e Spagna.
Inoltre, l’implementazione delle raccomandazioni contenute nel rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea sta iniziando a mostrare i primi frutti.
Questo cambiamento di percezione sta portando gli investitori istituzionali a riconsiderare l’allocazione geografica dei propri portafogli, con un ritorno degli afflussi nei mercati azionari e obbligazionari dell’Eurozona.
JPY – Il 2026 è considerato da molti analisti come “l’anno dello yen“, con febbraio che rappresenta un mese di preparazione strategica prima di ulteriori mosse restrittive attese dalla Banca del Giappone.
Il differenziale di politica monetaria, che per anni ha penalizzato lo yen, sta iniziando a invertirsi mentre la BoJ abbandona gradualmente la sua postura ultra-accomodante a fronte di pressioni inflazionistiche interne persistenti.
L’attenzione degli operatori è rivolta alla pubblicazione del “Summary of Opinions” della riunione del 22-23 gennaio, prevista per il 2 febbraio 2026.
Questo documento è cruciale per comprendere la determinazione dei membri del board nel procedere con il ciclo di rialzi.
I verbali della riunione di dicembre avevano già evidenziato come i membri favorissero ulteriori aumenti dei tassi se le prospettive di crescita e prezzi fossero state confermate, nonostante le incertezze derivanti dalle tariffe statunitensi sui profitti manifatturieri.
Il cambio USD/JPY si trova in una zona di alta tensione.
La soglia di 160,00 è percepita come una “linea rossa” per il Ministero delle Finanze; superare questo livello potrebbe innescare interventi diretti sul mercato per sostenere la valuta nazionale.
Per febbraio, le previsioni di mercato indicano un movimento laterale o leggermente ribassista verso 152,00, a condizione che non si verifichino shock geopolitici che spingano verso un ritorno improvviso al dollaro come bene rifugio.
GBP – La sterlina britannica entra nel mese di febbraio 2026 in una fase di consolidamento, riflettendo un delicato bilanciamento tra una ritrovata credibilità della politica fiscale sotto la guida del Cancelliere Reeves e le persistenti sfide poste da un’inflazione dei servizi che rimane più elevata rispetto a quella dei principali partner del G7.
La riunione del Monetary Policy Committee del 5 febbraio è attesa come un momento di pausa e cautela.
Dopo il taglio di 25 punti base al 3,75% avvenuto a dicembre, l’orientamento prevalente è per un mantenimento dei tassi invariati.
La decisione, tuttavia, potrebbe essere nuovamente caratterizzata da una profonda divisione interna, simile al voto 5-4 registrato negli incontri precedenti.
La resistenza della BoE a tagliare ulteriormente i tassi a febbraio è alimentata da una crescita salariale nel settore privato che, sebbene in calo al 3,6%, è ancora considerata troppo elevata per garantire un ritorno sostenibile dell’inflazione al target del 2,0%.
Grazie anche alla prudenza della banca centrale, la sterlina rimane una valuta attraente per gli investitori che cercano di proteggersi dalla debolezza del dollaro.
Tuttavia, la possibilità di un taglio dei tassi a marzo o aprile, attualmente scontata con una probabilità del 55-72%, limita il potenziale di apprezzamento nel breve termine.
AUD – Il dollaro australiano emerge come uno dei principali beneficiari delle dinamiche di inizio 2026.
Al contrario della maggior parte delle banche centrali del G10, la Reserve Bank of Australia si trova ad affrontare un mercato del lavoro ancora surriscaldato, con un tasso di disoccupazione sceso inaspettatamente al 4,1% a dicembre.
Questo scenario ha spinto la probabilità di un rialzo dei tassi nel meeting di febbraio al 58%, con l’obiettivo di portare il Cash Rate al 3,85% per contrastare le pressioni inflazionistiche persistenti.
Questa divergenza di politica monetaria, unita al rally parabolico dell’argento (salito del 50% a gennaio) e dell’oro, fornisce un supporto fondamentale al cross AUD/USD.
CAD – Il dollaro canadese mostra segni di debolezza, riflettendo le preoccupazioni per l’impatto delle politiche commerciali degli Stati Uniti sulla crescita economica del Canada.
Molti investitori stanno ritirando le scommesse rialziste sul CAD a causa dell’incertezza legata alle sentenze sui dazi dell’amministrazione Trump.
La sensibilità del Canada al commercio transfrontaliero rende la valuta vulnerabile a qualsiasi escalation retorica proveniente da Washington, rafforzando la tendenza a preferire posizioni short sul CAD rispetto ad altre valute del blocco commodity.
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