16 Gennaio 2026 – nota economica
FOREX FLASH
a cura di Intesa Sanpaolo
Ancora una volta sono gli eventi di natura politica ad influenzare radicalmente le dinamiche di mercato.
In questa settimana abbiamo visto una convergenza di shock istituzionali negli Stati Uniti ed una recrudescenza del rischio geopolitico.
Il panorama valutario è stato infatti dominato da un evento senza precedenti: l’apertura di un’indagine penale federale nei confronti del Presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, un evento che ha scosso le fondamenta della fiducia nell’indipendenza dell’istituto di emissione americano e ha innescato una significativa volatilità nel dollaro statunitense.
A ciò si è aggiunto l’acuirsi di una crisi, al momento solo diplomatica, tra la Danimarca e gli Stati Uniti sul controllo della Groenlandia.
USD – L’andamento del dollaro è stato influenzato da forze contrastanti, da una parte la solidità dei dati economici e dall’altro l’incertezza politica e geopolitica.
All’apertura della settimana, il biglietto verde ha subito una pressione ribassista immediata a seguito dell’annuncio che i procuratori federali avevano avviato un’indagine penale su Jerome Powell, focalizzata sulle sue dichiarazioni al Congresso riguardo ai costi di ristrutturazione di alcuni edifici storici della Fed.
L’indagine penale ha sollevato timori sistemici circa il “debasement” del dollaro, con gli investitori che hanno iniziato a prezzare un premio al rischio per l’erosione dell’autonomia della Federal Reserve.
Powell ha reagito con vigore, definendo le accuse come “pretesti” finalizzati alla coercizione politica.
Un altro evento di potenziale portata sistemica che ha tenuto i mercati in sospeso è stata l’attesa di una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti
sulla legalità dei dazi imposti dal Presidente Trump.
Sebbene la Corte non abbia ancora emesso una decisione, i commenti dei giudici suggeriscono uno scetticismo riguardo all’uso dei poteri di emergenza (IEEPA) per imporre tasse globali, una prerogativa costituzionalmente riservata al Congresso.
Una sentenza sfavorevole all’amministrazione potrebbe innescare rimborsi miliardari alle aziende e destabilizzare i mercati obbligazionari, ma allo stesso tempo potrebbe indebolire la posizione negoziale degli Stati Uniti nei trattati commerciali, introducendo una nuova ondata di volatilità valutaria.
Il sito Kalshi prezza attualmente una probabilità del 34% che la Corte si schieri con Trump, riflettendo un alto grado di incertezza legale.
Nonostante il clima di grande incertezza, il dollaro ha tuttavia mostrato una certa resilienza verso la metà della settimana.
Tale fenomeno è riconducibile al fatto che, in un contesto di tassi d’interesse elevati (3,50%–3,75%), l’USD continua a beneficiare di un carry trade favorevole rispetto a valute con rendimenti inferiori.
Inoltre, la solidità del mercato del lavoro, con un tasso di disoccupazione sceso al 4,4% a dicembre, ha mitigato le paure di una recessione imminente, suggerendo che la Fed possa mantenere un approccio attendista prima di intraprendere ulteriori cicli di allentamento.
I dati sull’inflazione di dicembre, pubblicati il 13 gennaio, si sono rivelati marginalmente inferiori alle attese di mercato con una componente core che ha mostrato una dinamica lievemente inferiore al consenso.
Le vendite al dettaglio di novembre, pubblicate il 14 gennaio, hanno anche sorpreso positivamente con un incremento dello 0,6%, contro un consensus dello 0,4%.
Questa forza dei consumi è stata fondamentale per prevenire un calo del dollaro, poiché suggerisce che la Federal Reserve non avrà urgenza di
tagliare i tassi al meeting di fine gennaio 2026.
EUR – L’euro ha navigato in acque turbolente durante la settimana, influenzato negativamente da fattori geopolitici esogeni e da una performance industriale asimmetrica all’interno dei paesi membri.
Il cambio EUR/USD è rimasto confinato in un range neutrale ma con una tendenza al ribasso, verso quota 1,16.
Uno dei principali driver di rischio per la moneta unica è stata la minaccia statunitense di un’annessione forzata della Groenlandia.
Questo scenario rappresenta il principale rischio al ribasso per l’euro: sebbene le probabilità di una invasione americana rimangano ancora basse, la sola possibilità di un conflitto militare all’interno della stessa NATO rappresenta un fattore potenzialmente in grado di introdurre un premio al rischio per
detenere asset denominati in euro.
Sul fronte dati intanto non emerge un quadro negativo per l’eurozona.
La produzione industriale dell’area euro ha mostrato segnali di ripresa a novembre, crescendo dello 0,5% su base mensile, sebbene rimanga al di sotto delle aspettative degli analisti (0,8%).
La divergenza tra il settore dei servizi, in espansione grazie all’integrazione dell’intelligenza artificiale, e il settore manifatturiero, frenato dall’incertezza e dai dazi, continua a definire la debolezza strutturale della ripresa europea
JPY – Lo yen ha vissuto una settimana di estrema volatilità, oscillando tra i minimi di 18 mesi e tentativi di recupero alimentati da pesanti interventi verbali da parte delle autorità di Tokyo.
La valuta giapponese è caduta sotto pressione all’inizio della settimana, toccando un minimo di 159,45 contro il dollaro, spinta dalle speculazioni su elezioni anticipate e su un piano di espansione fiscale aggressivo proposto dalla Prima Ministra Sanae Takaichi.
Takaichi, sostenitrice di un ritorno all’Abenomics e di politiche ultra-loose, ha creato timori tra gli investitori circa un possibile ritardo nel ciclo di
normalizzazione della Bank of Japan.
Tuttavia, verso la fine della settimana, lo yen ha recuperato terreno portandosi in area 158,25-158,50.
Questo movimento è stato innescato dalle dichiarazioni del Ministro delle Finanze Satsuki Katayama e del funzionario valutario Atsushi Mimura, i quali hanno espresso “profonda preoccupazione” per i movimenti unidirezionali e improvvisi del cambio, avvertendo che il Giappone adotterà “misure appropriate” per contrastare la speculazione.
Il Governatore della BoJ, Kazuo Ueda, ha accennato alla possibilità di ulteriori rialzi dei tassi nel corso del 2026, ma ha sottolineato la necessità di valutare attentamente l’impatto dei dazi statunitensi e dell’inflazione globale prima di agire
GBP – La sterlina è stata una delle valute più interessanti della settimana, traendo forza da dati sulla crescita superiori alle aspettative che hanno costretto i trader a riconsiderare le tempistiche dei tagli dei tassi da parte della Bank of England.
Il 15 gennaio, i dati dell’ONS hanno rivelato che il PIL britannico è cresciuto dello 0,3% a novembre, superando le previsioni che indicavano un modesto +0,1%.
Il Governatore della BoE, Andrew Bailey, ha adottato un tono cauto, descrivendo l’economia del Regno Unito come “stuck” (bloccata) a causa di problemi strutturali di lungo periodo, tra cui la scarsa crescita della produttività e l’invecchiamento della popolazione.
Bailey ha sottolineato come la capacità dell’economia di espandersi senza generare inflazione sia stata dimezzata rispetto ai decenni precedenti, riducendo il margine di manovra per la politica monetaria.
Il mercato scommette su un possibile taglio dei tassi a marzo 2026, poiché le pressioni inflattive iniziano a raffreddarsi e il mercato del lavoro mostra segni di allentamento.
Tuttavia, la persistenza dell’inflazione nel settore dei servizi e la crescita salariale ancora intorno al 4% suggeriscono che la BoE manterrà un approccio prudente.
La combinazione di una crescita decente e tassi ancora elevati rende la sterlina relativamente attraente rispetto all’euro, specialmente in un contesto di turbolenza istituzionale negli Stati Uniti.
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